Aggressività. Imparare a riconoscerla per intervenire.

Aggressività. Imparare a riconoscerla per intervenire. - Iperbimbo

 

Calci, spintoni e morsi sono comuni tra i bambini nei primi anni di vita, parte integrante delle modalità che sperimentano per esprimere sentimenti e volontà. Entro certi limiti, non devono dunque suscitare apprensione: l’aggressività è uno dei risvolti più naturali ed essenziali nella vita psichica dell’individuo, e in special modo del bambino, che non ha ancora sviluppato tutti gli strumenti necessari per affrontare il mondo. Per capire come si manifesta e, soprattutto, per distinguere tra atteggiamenti sani e forme più preoccupanti, che implicano un intervento puntuale da parte di genitori ed educatori, ci siamo rivolti alla dottoressa Ivana Antonia Longo, psicanalista milanese della Società Psicoanalitica Italiana con formazione in psicoterapia dell’infanzia.

Verso che età si possono registrare i primi comportamenti aggressivi?

«Forme di aggressività si rilevano anche nei bambini più piccoli. Si pensi al pianto, che può essere un segnale di angoscia o la conseguenza di un’arrabbiatura. Si noterà già in età molto precoce che ci sono bambini più o meno inclini a esplosioni aggressive, ma esse, in verità, accomunano tutti. Ciò che varia da un soggetto all’altro è invece la capacità di tollerare le frustrazioni, specialmente nei primi anni di vita. In seguito, il bambino acquisisce gli strumenti e i casi di effettiva aggressività si fanno più evidenti».

Come si riconoscono?

«Esistono diversi criteri: la frequenza e l’intensità delle crisi; il fatto che il bambino si lasci o meno ‘contenere’ dal genitore; la tendenza a manifestazioni aggressive in tutti gli ambiti o solo in alcuni, da cui si deduce se il confitto è circoscrivibile a un certo contesto o globale. Il campanello d’allarme deve suonare anche quando è presente un’ulteriore sintomatologia su aree più estese: disturbi del sonno o dell’alimentazione (come l’inappetenza: si verifica solo a casa o anche all’asilo, o viceversa?), bassa tolleranza alle frustrazioni, disturbi del linguaggio. L’aggressività – quella che deve destare preoccupazione – solo raramente si manifesta da sola».

Quindi, esiste anche un’aggressività ‘sana’?

«Naturalmente, e fa parte delle normali reazioni del bambino al mondo esterno e al suo mondo interiore. L’esempio per eccellenza è la tipica ‘fase del no’, intorno ai due anni, quella che René Spitz definisce ‘il terzo organizzatore’ nella sua teoria dello sviluppo affettivo: in questo caso il bambino si dimostra aggressivo, ma il suo comportamento non ha nulla di patologico, semplicemente inizia a riconoscere la mamma come altro da sé e a volersi affermare attraverso i no. L’aggressività ‘sana’ non ha un contorno sintomatico, è infrequente, facilmente controllabile e momentanea: guai ad avere un bambino sempre e solo buono».

Quando invece la preoccupazione è fondata, cosa bisogna fare?

«Per prima cosa, il genitore dovrebbe risalire alla causa scatenante e provare a individuare una data di prima insorgenza. La domanda da porsi è: cos’è successo in quel momento?».

Quali sono le cause più frequenti?

«Si tratta il più delle volte di ‘separazioni precoci’: il bambino viene mandato al nido troppo presto rispetto al suo livello di maturazione, subisce un’ospedalizzazione o si ammala in modo grave. Possono influire anche situazioni particolari: depressione post-partum della madre, nascita di un fratello, cambio di tata (che spesso è quasi una seconda mamma), lutto per la morte di un nonno (il bambino ne soffre due volte, per il senso di perdita e la tristezza di mamma e papà). Anche un’intelligenza molto spiccata rispetto all’età biologica può provocare eccessi di aggressività: i bambini molto intelligenti spesso soffrono di più perché percepiscono cose che emotivamente non sono ancora in grado di contenere».

Come si interviene?

«Non serve portare il bambino da uno specialista, sono i genitori che gli si rivolgono per farsi aiutare. Un esperto può sintonizzarli su ciò che accade nella testa del figlio e offrire suggerimenti per comunicare efficacemente con lui, usando le parole giuste al momento giusto. Quando la crisi è all’apice, qualunque parola è inutile e si rimanda a dopo: solo allora si riprende l’accaduto, cercando di dar voce alle sue paure e di rassicurarlo. Anche se ha urlato, scalciato, picchiato o rotto giochi o altri oggetti, non lo si deve far sentire cattivo: deve comprendere che certi atteggiamenti sono eccessivi, ma non bisogna mai lasciarlo solo coi suoi pensieri negativi, anzi gli si deve far capire che sono legittimi, succede di averne».

E al culmine della crisi?

«Innanzitutto occorre evitare che il bambino si faccia male: il genitore lo trattiene e contiene fisicamente, spiegandogli che ha il dovere di proteggerlo. Gli interventi devono essere sempre di tipo protettivo e non punitivo (ma non deve passare il messaggio che basta fare il diavolo a quattro per ottenere qualunque cosa). Al culmine della crisi non è una buona idea lasciare il bambino da solo, c’è il rischio che esageri e si senta trascurato: meglio distrarlo con un diversivo, fargli capire che ci interessiamo a lui e lo ascoltiamo. A volte capita di accorgersi in anticipo della scenata in arrivo: il bambino cade, si sbuccia il ginocchio, si spaventa e arrabbia per la frustrazione. Allora può essere utile consolarlo preventivamente, anche facendo uno strappo alla regola, l’importante è verbalizzarlo: “Visto che sei stato coraggioso, ti meriti un gelato; ma solo per questa volta, non è ancora ora di merenda”. Un altro ottimo metodo è ricorrere al linguaggio del bambino: se ama i dinosauri, quando inizia ad affacciarsi una crisi di rabbia (o subito dopo) possiamo dirgli “non starà mica arrivando il tirannosauro?!”, facendo leva su un linguaggio immaginifico che mobilita il suo mondo interiore. Così, oltre a sfruttare l’ironia, al problema si dà un nome (tirannosauro) che è possibile condividere e riutilizzare».

Per ricevere consigli mirati, il genitore a chi si può rivolgere?

«A uno psicanalista o psicoterapeuta dell’infanzia. Ma non sarà il genitore (o la coppia) a finire sotto la lente d’ingrandimento, non condivido questo approccio: madri e padri hanno solo bisogno di qualcuno che li aiuti a capire il figlio, il loro rapporto con lui e a mettere a fuoco il problema. Con gli strumenti giusti il genitore impara ad ascoltare, a usare le parole più adatte e a intervenire; oltretutto, a sua volta si arrabbierà di meno, perché comprenderà meglio le difficoltà del bambino: dopo nove mesi di paradiso nella pancia della mamma, ora deve sperimentare frustrazione, pazienza, rinuncia e solitudine, e non è mai una passeggiata».

 

 

di Sara Lanfranchini tratto da Nascere Mamma

 

 

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